Questi NON fantasmi

HalloweenArriviamo al pub verso le otto. La loro idea è cenare prima di andare a festeggiare Halloween ballando, la mia, di cenare in compagnia prima di tornarmene alla mia camerina nell’alveare. L’idea di cenare british non solo non mi alletta affatto, ma mi pone di fronte ad un menu che (lasagne scongelate incluse) mi ripugna dal più profondo dell’anima.

La mia cosiddetta ‘scelta’ emerge dalla lista degli scarti quasi in automatico: hamburger & chips, con l’accortezza di ordinario di pollo e non di manzo, in ossequio al recente allarme generale contro il consumo di carni rosse, accompagnato da una bottiglia di birra Desperado: nomen omen!

Si pasteggia con un mix di birra, vino bianco, (Pinot d’importazione?), e lingue miste; tra chi, portoghese, pratica le parolacce in italiano e chi, italiano, si spiega in inglese mixato coi proverbi delle proprie nonne.

Tra brindisi e WhatsApp la serata prosegue e finisce finalmente la cena lasciandosi dietro una scia di anelli di cipolla e patate fritti ormai gelati e giustamente abbandonati nei piatti.

Entrando in coda si fanno strada tra i tavoli altri italiani; parte un giro di saluti e baci, perché noi siamo quelli che si baciano quando ci incontriamo. Chi conosce uno chi un altro, risultato di una fitta rete di arrivi scaglionati, gruppi facebook, ma pure precedenti conoscenze d’ateneo. I nuovi arrivati si uniscono al nostro gruppetto. Un tavolo viene avvicinato di sghembo e quelli ordinano altre inguardabili pietanze. Si ricompone lungo la tavolata un puzzle di dialetti italiani tutti intenti a raccontare il loro ultimo turno di lavoro: il reparto, i colleghi, il manager, perché sono, come noi tutti, infermieri.

Buttano fuori le frustrazioni, ma anche I successi. Che ne siano coscienti o meno è un costante confronto quello che ne esce, tra il nostro modo di lavorare e quello british. Risultato: nessuno vorrebbe farsi ricoverare qui! Me compresa in effetti. Sono affamati: li guardo ordinare e mi vien da sorridere al fatto che loro si sono adattati certo meglio di me al cibo british. Sono persone normalissime, si chiamano Gabriele, Andrea, Elisa, Alessia, vengono da Barletta, da Vicenza, Roma, dalla Calabria, hanno da 23 anni in su. Ma cos’altro hanno questi giovani italiani più dei 22mila nuovi inattivi recentemente aggiunti al già nutrito gruppo laggiù nella natia Patria? Qualcosa nel carattere? Nell’indole? Problemi finanziari? Hanno piú palle? Piú appoggio da parte dei genitori? Meno? Sono più incoscienti o forse più coraggiosi? A loro non fa paura viaggiare, dormire da soli, tirare le tende al mattino e puntualmente ritrovare un paese straniero là fuori. Non la lingua, non le difficoltà a capire quest’inglesimangiaparole, non il menu dei pub tutti uguali. Lo fanno per il gusto di farcela? Per la soddisfazione di fare ciò per cui hanno studiato? Per le sette settimane di ferie pagate? Per non avvizzire sulle spalle dei genitori? Per tutto questo ed altro probabilmente. Per le stesse ragioni per cui lo faccio io, immagino. Nella notte dei fantasmi questi giovani italiani sono più reali che mai. Le loro voci finalmente libere di esprimersi in italiano squillano e ridono, a volte fin troppo alte sul generale brusio locale. I loro accenti mi portano indietro nel tempo e nello spazio del mio passato italiano finché una voce si leva dal gruppo a chiedere Allora si va? a svegliarmi dalle mie elucubrazioni. E’ la notte delle streghe ragazzi! E manco a farlo apposta arriva trafelata una ragazza spagnola che ha smontato alle 21.30 ed ora è qui con un trucco da strega perfetto! S’è pure pitturata una specie di enorme ematoma rosso-nerastro su una coscia, gli occhi cerchiati e semi nascosti da tonnellate di rimmel nero pece. E’ pronta e già al telefono per chiamare il taxi che li porterà in centro. Basta parlare di lavoro, è l’ultimo sabato di ottobre, è tempo di ballare, truccati o no.

Un ragazzo, interpellato sulle sue intenzioni, ribatte che non andrà, ha un appuntamento col suo divano, su cui vedrà un film col PC. Che sollievo sapere che non è una questione di età, se anche lui che ha la metà dei miei anni declina il ballo in cambio di una tranquilla serata casalinga.

Iniziano a sciamare via, ed anch’io me ne torno al mio cubicolo. Fuori l’aria è carica di umidità, trovo la sella della mia bici completamente bagnata di nebbia. Posiziono i fanalini, sblocco il D-lock e mi avvio nella notte; sulla via non ci sono più i bambini a suonare alle porte delle case in cerca di dolcetti. E’ tardi, o a nanna, o a ballare. Domani è un altro giorno, lavorativo per chi come noi lavora su turni, di riposo per gli altri. Tutti comunque lavoratori: ben pochi inattivi quassù.

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