Io e Valeria

valeria moriconi
Era un fresco novembre, l’anno era in dirittura d’arrivo e così pure il mio contratto di lavoro. Stavo raccogliendo le mie cose dalla scrivania e pensavo al prossimo o alla prossima vittima di quest’illusione da cui mi ero lentamente e dolorosamente svegliata. Pensavo al colore della sua agenda, la mia era rossa. Chissà se anche lei o lui l’avrebbe posata accanto al PC ogni mattina come facevo io, o se piuttosto l’avrebbe tenuta nella borsa. Chissà se la usava affatto. A me ora sarebbe stata quasi inutile. Ci avrei scarabocchiato svogliatamente sparuti appuntamenti per depositare il mio curriculum nel database di una qualche nuova agenzia interinale. Forse con un po’ di fortuna, vi avrei segnato appuntamenti per il primo colloquio con ditte che, con tutta calma, mi avrebbero “fatto sapere”.  Roba già vista. La realtà era che rientravo mestamente nelle capaci braccia di mamma disoccupazione, la gran madre dai larghi fianchi che partoriva ormai solo precari a vita. Forse non avrei dovuto lamentarmi. Nemmeno con me stessa, nemmeno col pensiero, infondo avevo collezionato un intero anno di lavoro tutto di fila, cosa rara di questi tempi; purtroppo però mi ci ero abituata, e vivevo, come si dice, adagiata sugli allori beatamente e testardamente ignara della finitezza di tutte le cose, figuriamoci di un contratto di lavoro negli anni 2000.
Poi bam! la sveglia suona ed io torno, desta e modesta e ancora arrabbiata e frustrata ad ingrossare le fila dei disoccupati, ex lavoratori a intermittenza, a singhiozzo, a condivisione, capaci addirittura di job sharing. Superdotati insomma in quanto a definizioni, ma di sicuro lavoratori a tempo, sempre limitato e sempre poco. Poveri relitti sfigati e incazzati, ciò nondimeno pronti a ricominciare la trafila daccapo. Ancora e sempre questa sì, senza limiti di tempo. La ricerca del lavoro perfetto, o semplicemente di quello che dura l’ho imparato da tempo, è un lavoro di per sé; ma negli ultimi mesi ogni volta che mi rimettevo in caccia mi sentivo un po’ più scarica e demotivata. Forse incazzata rende meglio l’idea, per la frustrazione di dover mettere in gioco tutta me stessa ogni volta daccapo. La Magnanima Azienda che là fuori, con annunci altisonanti e senza risparmio di tecnologia e di paroloni ti promette l’impiego dei tuoi sogni è una ragazza esigente. Lei reclama per sé il meglio del meglio, perciò tu, eterna postulante, devi incessantemente essere al top nel vestire, al top nel parlare, al top nel conoscere. Lei chiede molto, moltissimo, chiede tutto ciò che esiste tra cielo e terra, anzi di più chiede la perfezione. In quanto al dare poi, quello non lo saprai mai perché non vieni più richiamata e vorresti proprio conoscerlo uno che ha avuto un secondo colloquio. E di nuovo ti ritrovi a doverti accontentare.
Non ero sicura di riuscire a sopportare tutto questo per l’ennesima volta. Mi sentivo stanca, mentalmente esausta, sull’orlo di un esaurimento, e la bestia dietro quella parola la conoscevo bene ahimè per averla vista all’opera in famiglia. Quel senso di svogliatezza che si fa sempre più strada nelle tue giornate, che ti fa tardare agli appuntamenti, ti rallenta piano piano anche il tran tran quotidiano fino al mattino in cui ti domandi se sia proprio necessario alzarsi dal letto. Grazie no: la cosa mi spaventava troppo, non ne volevo sapere. Poi insperata, la salvezza. Navigando in Rete m’imbattei nella pubblicità di un corso d’istruzione per Tecnico di Teatro sociale ed educativo; sapeva di interessante, sapeva di ossigeno. Immediatamente i miei neuroni si risvegliarono in un turbinio eccitato e cozzando tra loro come impazziti mi spronarono all’azione, chiedendo a gran voce più informazioni come fossero aria e cibo per il mio animo stressato. Mi stavano solo ricordando il valore che l’arte e la cultura avevano nella mia vita. Decisi in quel momento di prendermi un periodo di riposo, di concentrare tutte le mie energie nel tentativo di entrare nel numero dei fortunati venti che avrebbero frequentato quel corso. Dovetti attendere la primavera per l’uscita del bando poi in estate presentai domanda e il secondo giorno d’ottobre andai alla selezione. Beh il test scritto aveva eliminato un bel po’ di concorrenti, ma rimanevano moltissimi e all’apparenza agguerriti i candidati rimasti, andava comunque bene così; ero troppo determinata per lasciarmi spaventare. Il corso, questo corso di teatro poteva significare la svolta della mia vita. Già mi vedevo aprire una mia associazione culturale, lavorare con i bambini e con gli adulti, forse anche con gli anziani, comunque lavorare per conto mio, magari coinvolgendo più avanti il mio amore malamente occupato in fabbrica. La mia anima aveva il suo piano a me non restava che usare la mente al meglio delle mie possibilità. Ogni mia singola risorsa era in gioco: conoscenza, carattere, presenza, tutto quello che di solito dovevo esibire con fatica ora usciva, anzi sgorgava da me quasi come una nuova sostanza del mio essere. Ero sulla buona strada e n’ebbi conferma al colloquio orale quando la prima frase dell’esaminatrice fu: – Lei ha ottenuto al test uno dei punteggi più alti, complimenti!- “Meno uno” pensai. E presi il colloquio con maggior tranquillità. Fu dura attendere l’esito della decisione della commissione, ma infine la telefonata venne, e la voce all’altro capo mi diceva che io ero dentro, terza su venti. Posai la cornetta, attraverso i vetri dello studio vidi il sole fare capolino da dietro i rami di una quercia, socchiudendo gli occhi sorrisi a me stessa.
Il due novembre ad un anno di distanza dalla fine del mio impiego a lungo rimpianto iniziai il corso di teatro. Io e i miei colleghi incontrammo una quantità d’artisti che facevano teatro nel sociale; gente che quotidianamente lavorava a contatto con ogni tipo di disagio ed usava il teatro come mezzo per accorciare quella distanza che il mondo da sempre mette tra sé, e quelli che considera diversi. Conoscemmo attori, registi, scrittori, ciascuno di loro ci portava la propria decennale esperienza, vissuta a contatto con i ragazzi delle carceri minorili, con i detenuti adulti, con le persone uscite da anni di manicomio. Io che non ne sapevo nulla, sempre più affascinata scoprivo un mondo e nel contempo un fantastico continente: il teatro nella sua molteplicità di linguaggi. Passammo ore a prendere appunti, ma anche ore e giorni a piedi scalzi, a sudare e a fare duri esercizi scoprendo quale fatica sia essere attore, quale preparazione ci sia dietro. Ogni giorno mi portava una sorpresa ed una scoperta, provavo la fatica ma anche l’eccitazione di una professione solo all’apparenza semplice. Le risorse che ci occorsero durante quei laboratori dovevano attingere alle energie più profonde e pure di noi tutti, ed era questo che in seguito avremmo dovuto trasmettere ai ragazzi a cui a scuola avremmo fatto fare teatro. Nonostante il fascino che provai per il lavoro dell’attore tuttavia, ero certa che non l’avrei mai scelto per me. Era un mestiere che mi intimidiva; eppoi non sentivo dentro di me il bisogno ed il piacere di apparire, di recitare. A me riusciva assai più naturale scrivere. Quella era la mia vera passione. Appena potevo mi appartavo e buttavo giù appunti su ogni cosa, a volte furiosamente, spesso nei posti più impensati, ricordo un giorno in cui mi trovavo in palestra, dovetti correre nello spogliatoio, aprire l’armadietto e prendere subito carta e penna dallo zaino per scrivere lo spunto per un racconto. L’ispirazione non mi mancava di certo.
Dopo mesi di studi sul teatro e sulle sue infinite estensioni nel mondo, a fine giugno il corso terminò. Ora avevamo davanti più di trecento ore di stage da fare. Ognuno di noi espresse dei desideri e delle preferenze a Sara la nostra tutor. Io non potei lavorare all’organizzazione di una rassegna di mia scelta; così mi proposero di collaborare ad un noto festival di un paese vicino. La mattina del primo giorno partii da casa piena di belle speranze, ero convinta di essere sul punto di imparare un milione di cose sull’organizzazione di un festival visto da dietro le quinte e nel suo divenire. Avrei assistito alla stesura di un cartellone, ai contatti con le agenzie, forse avrei conosciuto da vicino gli artisti, c’erano le schede tecniche da compilare, insomma un milione di cose interessanti, e invece niente. Scoprii ben presto che il festival era già stato organizzato e di tutto il complesso iter rimaneva solo l’ultimo passo: la pubblicità. Fui prontamente arruolata come addetta al volantinaggio. Sotto il sole rovente dei primi di luglio mi ritrovai a camminare sul lungomare marchigiano per distribuire locandine ai vari negozi e stabilimenti balneari. Ma il meglio doveva ancora venire. Dopo la distribuzione del materiale pubblicitario iniziò il festival, ma io non ero occupata tutta la settimana, mi chiamavano nei giorni e nelle piazze degli spettacoli per dare una mano. Dovevo presentarmi alle due del pomeriggio, aiutare a sistemare le sedie di plastica, contarle e spostarle di un centimetro a destra poi di un centimetro a sinistra poi di un centimetro avanti poi di un centimetro indietro fino a che la collocazione soddisfacesse il senso estetico dell’organizzatrice, quindi lavarle. All’occorrenza aiutavo a sistemare un telo nero tutto attorno al palco a seconda delle richieste degli artisti. Le rimanenti cinque ore le passavo, sempre a disposizione, sotto il sole cocente, ad ammazzare il tempo in attesa di essere posta di guardia ad una delle transenne che chiudevano la piazza. Non vedevo l’ora che questo strazio finisse, anche perché nel frattempo nonostante le mie richieste non imparavo un accidente; gli organizzatori erano restii a rispondere alle mie domande, così smisi di farle e mi misi in paziente attesa che il festival finisse e con lui il mio stage.
I primi giorni d’agosto, infatti, il festival terminò ed io, pur libera da tanta e tale esperienza, avevo ancora una montagna di ore di stage da completare e nessuna prospettiva allettante davanti. Mi telefonò Sara:
– Ciao come stai? Che fai questi giorni? – come dirle che mi ero appena liberata da un incubo? –
– Bene e tu? –
– Anch’io grazie, ti telefono per proporti un nuovo stage, dato che hai finito col festival no?-
– Si ho finito, grazie.-
– Ti è piaciuto?-
– No, in realtà era già tutto organizzato, ho fatto quasi solo volantinaggio e bassa manovalanza. –
– Mi dispiace davvero, purtroppo il corso è terminato troppo tardi. I festival estivi erano già tutti organizzati. Comunque questa volta ti proponiamo di andare a Mantova all’associazione di Serena, hanno molti laboratori, è di certo più interessante. Ti va?-
– Beh posso pensarci un po’ su? Dove dovrei dormire, hanno una foresteria?
– Veramente non lo so ma credo di si, sono una grande associazione in città, però se vuoi mi informo.-
– Non fa niente, chiamo Serena e poi ti faccio sapere ok?-
– D’accordo, a presto, ciao.-
-Ciao.-
Appena poso la cornetta un dubbio mi assale: “che senso ha partire senza saperne lo scopo?” Sara mi ha proposto di andare fuori città, ma senza dirmi il come ed il perché. La cosa non mi piace affatto e visti i precedenti urge indagare così telefono a Serena, lei lavora da loro ed ha tenuto un laboratorio al nostro corso:
– Ciao sono Rossana, Sara mi ha proposto di venire su a Mantova a finire lo stage da voi, ma non mi ha detto quali sarebbero di preciso le mie mansioni, tu ne sai niente? –
– Hey ciao! – mi fa tutta allegra, – Sì, in effetti, ho ricevuto la chiamata di Sara, e mi ha detto che verrai da noi per lo stage, sono contenta di rivederti.-
– Anch’io, però vedi nessuno mi dice che cosa dovrei fare di preciso. Vi servo per qualche progetto in particolare? E dove dormirei, avete una foresteria?
– Beh no, per dormire ti dovresti adattare sul mio divano, oppure se ti porti un sacco a pelo puoi dormire in sede. Per il resto non abbiamo al momento progetti in piedi, anche perché siamo in estate e c’è la scuola estiva giù a Serra.-.
– Ma allora scusa che c’è da fare?
– In effetti poco, ma noi abbiamo dato la nostra disponibilità, e così…
– Ah ok, beh grazie, allora fammici pensare su, forse ci vedremo presto, ciao.
– Si fammi sapere se vieni, ciao.
Ci risiamo, ecco un’altra di quelle idee buone solo sulla carta. Già me la vedo Sara aggiungere un segno di spunta accanto al mio nome e complimentarsi con se stessa mentre se ne va al mare. Ma io? Non ci sto, sono troppo vecchia, per dormire in un sacco a pelo e sprecare il mio tempo a fare fotocopie. Mi devo dare una mossa e veloce anche. Niente panico mi ripeto come un mantra, quindi con il conforto di una tazza di tè bollente mi metto al computer ed inizio a navigare nei siti di compagnie teatrali locali, di festival ed enti che a vario titolo hanno a che fare col teatro, dopodiché inizio un giro di telefonate e a chi non mi risponde invio una mail. Entro mezzogiorno ho accumulato un gran numero d’indirizzi e non devo far altro che attendere; se c’è qualcuno interessato a del lavoro gratis al di là di questo monitor certamente risponderà. E infatti. Il giorno seguente trovo una mail dal Comune di Jesi e meno di una settimana dopo eccomi al Centro Attività teatrali Valeria Moriconi per prendere accordi sugli orari e sul lavoro da svolgere. Quando entro in ufficio il direttore, seduto alla sua scrivania, scatta in piedi e mi tende la mano dandomi il benvenuto poi mi presenta una giovane impiegata Chiara. La saluto quindi mi accomodo e lui inizia subito la stesura di quella che appare una distribuzione di turni.
-Lei ha disponibilità immediata? – chiede guardandomi.
– Beh no, sarò fuori città la prima settimana del mese.
– Ah beh! E quando potrebbe iniziare?
– Sarò di ritorno domenica 12 agosto.
– Benissimo! Quindi può iniziare fin dal lunedì seguente, tu Chiara che giorno torni dalle ferie?
– Io la settimana dopo ferragosto.
Ahi ahi sento puzza di fregatura, ma è un secondo troppo tardi, lui è già lì che dice:
– Quindi lei Rossana dovrebbe coprire entrambi i turni perché se non sbaglio non ci sarà neppure Anna, no Chiara?
– No, infatti, so che anche lei sarà fuori città.
Ecco fatto mi sono appena impegnata per la settimana di ferragosto a fare i doppi turni e non so nemmeno per cosa. Il direttore mi osserva sorridente, ha chiuso l’orario con sua grande soddisfazione e tempismo perfetto, non mi rimane che sorridere di rimando mentre gli chiedo:
-Mi scusi di che cosa si tratta?
– Ah non lo sa? – chiede stupito.
– Veramente no – rispondo.
– C’è un’esposizione in corso e ci sono degli orari da coprire, – dice, poi si alza e m’invita a seguirlo in corridoio e nei locali dove sono disposte le bacheche. Nella prima campeggia il poster della mostra col titolo: “Valeria Eduardo La grande magia di un incontro” inizia ad illustrarmene il contenuto, ed a spiegare la logica della scelta del materiale.
– Questo è il Centro Attività teatrali Valeria Moriconi con annesso Teatro Studio, ricavato nell’ex chiesa di San Floriano- dice, ed aggiunge: – Per celebrare il suo incontro con Eduardo De Filippo col quale debuttò esattamente cinquanta anni fa, ho allestito questa mostra utilizzando alcuni dei tanti oggetti che le eredi hanno donato al Comune e che fanno stabilmente parte del Fondo Moriconi. -. Proseguiamo quindi lungo il corridoio con lui che continua a parlare così che io, dice, sappia fare a mia volta da guida ai visitatori futuri. Sono sorpresa, ma non lo do’ a vedere, infondo, penso, è una mansione come un’altra, o almeno credo, ignara come sono di quel che mi aspetta. Al termine del giro torniamo in ufficio e lì mi mostra gli armadi stipati con i faldoni che contengono i copioni originali, le foto di scena, le locandine, i poster, la rassegna stampa, insomma tutto il materiale utilizzato e conservato dall’attrice accumulatosi in lunghi e fecondi anni di carriera. Faccio cenni d’ammirazione, ma per quanto mi sforzi, mi accorgo di non aver seguito la carriera di quest’attrice, di non ricordare nulla di lei. Infine ci riaccomodiamo e mi spiega il lavoro da fare a lungo termine ed i miei compiti nell’immediato. Per iniziare visionerò tutte le videocassette appartenute a Valeria Moriconi e stilerò un elenco dei contenuti per rendere più veloce il lavoro di chi poi riverserà il tutto su DVD, e per aggiungere i dati relativi alla videoteca alle schede degli spettacoli. Poi si dovranno fotografare i premi, e organizzare l’archivio fotografico.
– C’è in progetto di realizzare un sito internet per rendere accessibile il materiale anche a distanza – dice, ed aggiunge – Il lavoro non manca come vede. – e sempre sorridendo mi lascia intendere che ci potrebbe essere un seguito a questo periodo di stage, magari un impiego seppure a tempo determinato, manco a dirlo. Sorrido di rimando, ma non m’incanta, anche questa specie di schermaglia tutta fiori e sorrisi non mi è nuova. Sono le solite promesse di chi non vuol perdere del lavoro gratis, niente per cui eccitarsi. La visita alla mostra ed al Centro termina con una stretta di mano ed un arrivederci a lunedì tredici agosto. Me ne vado soddisfatta e sollevata. Nonostante le incognite, qui almeno avrò qualcosa d’interessante da fare, e cosa fondamentale la sera potrò tornare a dormire nel mio letto. Il sacco a pelo è scongiurato. Sebbene sulla carta questo stage sembri promettente non mi sbilancio più, meglio attendere. Presto saprò a quale categoria appartiene quest’ufficio se a quelli che mal ti sopportano o a quelli che ti sfruttano; li ho provati entrambi, ed ormai credo di aver raggiunto un buon livello di sopportazione. Inoltre non posso dimenticare l’impegno a terminare le ore di stage rimaste entro l’autunno, poi sia quel che sia.

Malgrado il sole abbacinante d’agosto che la rende deserta Piazza Federico II mantiene un suo fascino; cerco di appagarmene mentre, in piedi sulla soglia del Centro Moriconi, rimpiango quelli che se ne stanno al mare a nuotare e a crogiolarsi al sole. Le mie ferie sono già un ricordo, le calde e ricche acque del mar rosso lontane come l’Australia. Ora siamo Valeria ed io. Io e la sua rassegna stampa, io e le sue videocassette, io ed i visitatori della sua mostra. Nell’attesa che ne arrivi qualcuno, mi metto comoda alla scrivania e faccio partire il videoregistratore. Nel primo nastro che mi capita c’è la registrazione di un noto varietà TV, uno dei tanti salotti di chiacchiere e musica con il presentatore, padrone di casa, che con voce nasale intrattiene gli ospiti e per ciascuno ha una battuta e un sorriso affascinante. Al suo fianco l’ex miss di turno e una bionda pianista per gli stacchi musicali. Ho sempre detestato questa televisione ed è perciò che non ricordo di aver mai visto la Moriconi in TV: spesso ospite dei maggiori talk show nazionali. Oggi però in una sorta di pena del contrappasso eccomi con gli occhi incollati allo schermo e le orecchie ben aperte, pronta a cogliere ogni singola sillaba pronunciata dall’attrice ed a prenderne nota per consegnarla agli archivi. Nel frattempo le mie mansioni prevedono che getti un occhio all’ingresso per accogliere ciascun ospite che voglia visitare il Centro. Ogni tanto entra qualche turista, si ferma sulla soglia cercando di capire dove si trovi esattamente o cosa ci sia da vedere in questo palazzo dal portone spalancato. Altri entrano sparati e si dirigono in fondo al corridoio ignorandomi, probabilmente in cerca di un gabinetto; impassibile mi schiarisco la gola e come da consegna chiedo a tutti:
-Buongiorno vuole visitare la mostra? L’ingresso è libero.
Generalmente li prendo in contropiede; non mi possono rispondere:
-No grazie cercavamo piuttosto un gabinetto-.
E perché poi? Risponderei tranquillamente:
– Prego in fondo al corridoio a destra-, una notizia magari non originale, ma vera. Senza quasi accorgermene mi trovo in piena attività di guida per giunta bilingue, le persone vengono a ondate, sono italiani, e stranieri, turisti che camminano per le vie di questa cittadina semideserta trascinandosi nel caldo afoso e piombano qui spinti più dalla ricerca di refrigerio ed ombra che dalla genuina curiosità di vedere questo luogo che spesso non conoscono. Alcuni ricordano l’attrice, altri la scoprono solo qui grazie alle foto messe in mostra e magari la riconoscono nelle video interviste che proiettiamo all’ingresso. Iniziamo il giro dalla prima bacheca, il cui pezzo forte è il biglietto autografo di Eduardo De Filippo collocato in quel lontano ventisei aprile 1957 sulla sommità di un enorme bouquet di rose recapitate nel camerino di Valeria Moriconi la sera del suo debutto teatrale. Quel biglietto, che recita “Vai a cuor tranquillo, un abbraccio, Eduardo, ’57”, Valeria lo conservò gelosamente tutta la vita. Proseguiamo quindi per le sale fino ad arrivare nella stanza dei costumi dove devo assicurarmi che nessuno tocchi nulla degli abiti e degli accessori protetti da un semplice cordone di velluto. Concludono il giro la biblioteca e le foto di scena. In genere le persone si raggruppano intorno a me, stavolta il gruppo si sgrana qua e là, solo una famigliola composta dai genitori e da due bambine, mi rimane accanto e mi pone delle domande. La bimba più piccola inizia ad agitarsi, corre da una vetrina all’altra. La madre intenta a guardare le fotografie distrattamente le dice:
– Alice non correre!-
per tutta risposta Alice inizia a correre tutt’attorno alla bassa bacheca centrale, quella con le opere di Eduardo. Seguendo un’improvvisa ispirazione ho la pessima idea di farle “cu cu!”da dietro l’angolo in cui mi trovo appena mi sbuca davanti. Lei si blocca all’istante come fulminata, e con un gran sorriso mi risponde: – Cu cu! -.
Quindi riparte per un altro giro, iniziando quella che appare una giostra senza fine sempre più veloce. Ad ogni giro la stessa cosa: si blocca sorride e dalla sua minuscola altezza mi grida: – Cu cu! cu cu!- poi riparte. Così per tre giri mentre il padre è intento ad osservare le foto e la madre ugualmente occupata la riprende distrattamente, finché la sorellina più grande la prende per le mani e la riporta dalla mamma la quale scolla gli occhi dalle foto per riappropriarsi della piccola. Alice si volta a guardarmi, ormai bloccata da sua madre, mi lancia un ultimo sorriso complice, ed io mi chiedo quanto le ci vorrà per liberare di nuovo la sua vitalità. La famiglia però decide che è ora di uscire ed io sono richiamata dalle domande d’altri turisti incuriositi da ciò che vedono. Rientrando in ufficio arrivo davanti al televisore che trasmette a ripetizione i video su Valeria proprio nel momento in cui passa una delle sue ultime interviste, ovvero quella concessa sul set di Gin Game l’ultima sua interpretazione al teatro Pergolesi di Jesi. Era ormai una donna matura, tuttavia rimango affascinata dalla sua freschezza interiore, dalla sincera spontaneità con cui parlava ad esempio della morte:
Giornalista: – E poi c’è la paura della morte…-.
Valeria: – Ah che barba! La paura della morte. La morte, lo sappiamo, ce la portiamo dietro da quando nasciamo e basta, tanto si deve morire, lo sai che non vai avanti per sempre. E probabilmente il momento in cui hai scoperto che non vai avanti per sempre non te lo ricordi, perché allora dovrebbe essere un momento che ti blocca la vita, e quindi evidentemente l’idea della morte ce l’hai dentro e non ti fa più impressione. Bisognerebbe morire bene ecco, con grande eleganza, con grande stile, andarsene in punta di piedi, senza soprattutto dar fastidio agli altri. Questa sarebbe una bella morte.-.
Queste sue parole suonano come un toccasana alle mie orecchie. Ogni cosa raccolta qui, infatti, mi appare come un memento mori di una evidente, lampante crudezza. Ogni immagine di lei, ogni suo documento, tutto insomma mi sbatte in faccia il fatto che tanta energia non c’è più, che la voce che ho imparato a conoscere dalle interviste registrate, la stessa che sento qui ed ora ormai non risuonerà mai più su nessun palco. Ma ascoltare lei che parla così tranquillamente del nostro umano destino, che lo accetta e non se ne fa rovinare la vita mitiga la tristezza che mi assale nell’aggirarmi per queste sale a fronteggiare l’evidenza della brevità d’ogni cosa, e massimamente del percorso umano. Se dunque tutto è transitorio ciò che resta da fare, mentre si gira come trottole su questa giostra, è raccontarci storie che ci aiutino a passare meglio il tempo. Tra tutte, quelle raccontate a teatro sono tra le mie preferite perché non possono essere trattenute e chiuse in un museo, mutano ogni volta. Il teatro nasce e vive ogni sera sul palco e chi partecipa al rito scrive storie sull’acqua, incidendo piuttosto la memoria del pubblico. Allo stesso modo amo le storie scritte e stampate, i romanzi con cui passo gran parte del mio tempo solitario.

Il lunedì seguente inizia nel Teatro S. Floriano un master per un gruppo di cantanti lirici provenienti dal Kazakistan. Dato che rimango anche durante l’ora di chiusura della mostra a me spetta il compito di farli entrare ed uscire ogni giorno. All’improvviso un turista si affaccia alla porta dell’ufficio. Ha visto il portone socchiuso per gli artisti e ci si è infilato dentro. Col palmo della mano sinistra regge per l’obiettivo una macchina fotografica che ha appesa al collo, gli vado incontro per riceverlo o meglio per informarlo che siamo chiusi per la pausa pranzo, ma lui mi precede e con un gran sorriso mi chiede in uno stentato italiano: – Gian Battista Pergolesi nato cui? – subito m’investe il suo odore. Gli sono tanto vicina da vedere la sua fronte ricoperta di minuscole perle di sudore, e mi sta anche chiedendo dove sia la casa natale del compositore. Gli rispondo nel modo più succinto che posso e lui allegro com’era arrivato se ne va alla ricerca della casa fermandosi sui gradini giusto il tempo per chiedermi come si dica in italiano “dov’è la casa?”. Gli richiudo la porta alle spalle, ma non completamente perché devono entrare gli artisti per le prove. Dopo qualche minuto, infatti, il turista torna a fare capolino in ufficio e sempre sorridente e ancor più sudato esclama: – Casa di Pergolesi cui!- tende il dito verso la piazza, aggiunge: – Piazza Gislieri –.
– Ghislieri – lo correggo con l’odore delle sue scorribande estive sotto il naso, sorride mi ringrazia e se ne va tutto contento. Nel pomeriggio il direttore mi chiede di tralasciare per il momento le videocassette per riordinare con urgenza una pila di cartelle contenenti anni di rassegne stampa, si tratta di integrare e ordinare in ordine cronologico gli articoli. Dapprima faccio un lavoro meccanico, ma piano piano, le scritte che mi scorrono sotto gli occhi cessano d’essere solo titoli e date e divengono parole capaci di catturare la mia attenzione:
Giornalista: – Che spazio c’è per la donna nel teatro?
Valeria: -Io ho sempre cercato di farmi spazio fra difficoltà ed ostacoli ben evidenti ed ho avuto la fortuna di potermi esprimere come desideravo. Inoltre sono sempre stata sicura di me stessa perché conosco i miei limiti, per questo sono sicura delle mie possibilità. Anche quando decisi di diventare attrice, non ebbi incertezze, non dubitai un istante che quella fosse la professione più adatta alle mie capacità.
Leggo queste risposte e non posso non invidiarle la sicurezza e l’autostima e poco importa che stia invidiando una morta; le sue parole echeggiano ben vive con la forza della semplicità e dell’evidenza; roba da agguantare al volo per chiunque e ancor più per una scrittrice in erba con tanto ancora da imparare. Vorrei continuare la lettura, ma entrano due signore che vogliono visitare la mostra. Faccio con loro il solito giro, passano piuttosto velocemente davanti alle bacheche con foto ed articoli, poi arriviamo ai costumi. Le due donne si chinano ad osservarli più da vicino e ignorandomi si mettono a palparne le stoffe come fossero abiti nella vetrina di una boutique. A questo punto dovrei ricordar loro che è vietato toccare, ma, ammirata dalla loro spontanea ammirazione e competenza taccio. Il loro gesto ridà vita ad oggetti ormai dimenticati, destinati a tornare molto presto nel buio di qualche armadio. – Senti che roba!- dice una di loro passando le dita sull’abito di scena di Emma B. vedova Giocasta, un abito da sera viola con uno spacco vertiginoso e paillette sulla scollatura. – E perché questo? Senti è di seta e pizzo- ribatte l’amica sfiorando con la mano il vestito lungo in pizzo nero e verde con ampia gonna ornata di fiori di stoffa pure verdi indossato da Valeria ne La dame de chez Maxim. Non sembrano per niente interessate al mio preferito, un ampio mantello lungo con collo e maniche in velluto azzurro ricoperto di ricami dorati su fondo blu usato da Valeria nella rappresentazione de La venexiana. Rivedo ancora la scena, appena visionata su nastro, di lui che si getta su di lei in un ardente abbraccio affondando il viso nel suo seno e fra le pieghe di questo splendido costume. Le signore invece s’interessano alla tuta di paillette bianca e gialla indossata ne L’assoluto naturale. Infine passano oltre verso la biblioteca e l’uscita, ma parlando ancora e sempre degli abiti, beatamente incuranti di me e delle mie indicazioni. Rientro infine in ufficio e riprendo ad ordinare gli articoli. Nel bel mezzo di un pomeriggio di pioggia estiva m’imbatto nel riassunto di una vita di successo:
Giornalista: -Oggi, per fare il mestiere dell’attrice teatrale, occorre molto coraggio ed altrettanta fortuna. Che consiglio darebbe ad una giovane che volesse intraprendere questa carriera?-.
Valeria: -Io aggiungerei anche la convinzione che quello che stai per fare è l’unica cosa che sai fare nella vita, quindi la determinazione. Dire: voglio fare questo! Inoltre è necessaria molta serietà professionale-.
Prendo il mio taccuino ed annoto in fretta queste parole, che mi appaiono come l’unica intervista che valga la pena ricordare, quella che dà la dimensione di un carattere, l’idea della base su cui ha poggiato l’intera sua vita ed il successo. Con evidenza quasi sospetta queste interviste mi cuciono addosso una coperta che scalda le mie aspirazioni, esponendo le poche regole che fondano un’esistenza vissuta appieno.

Qualche giorno più tardi accade un imprevisto. Mentre Chiara è ammalata ed il direttore è fuori città, vengono ad aprirmi il Centro, ma si rompe la serratura della porta dell’ufficio. Il risultato è che mi ritrovo a passare l’intera mattinata seduta in corridoio ad attendere i turisti. Fortunatamente porto sempre con me il mio taccuino e nell’attesa di guidare i visitatori mi metto a scrivere. Sembra quasi un segno del destino, ma di visitatori questa mattina neanche l’ombra. Mi fa male la mano a forza di scrivere, sarà perché mi appoggio ad una coscia anziché al piano di un tavolo? Poco importa è così che funziona per me, ma mi piacerebbe sapere se per chi scrive vale lo stesso discorso degli atleti di judo. Di loro si dice che diano il meglio quando sono stanchi morti; è allora che devono lasciar perdere la forza bruta e tirar fuori la tecnica se la posseggono. E con la tecnica si vince. In teatro Valeria la chiamava mestiere e ce l’aveva tutta, la possedeva e la esercitava di continuo. Per sgranchirmi le gambe mi metto a girellare nei corridoi e mi soffermo sulla bacheca che contiene alcuni volumi di Eduardo, dopo averla letta copio sul mio quaderno una citazione presa dalla copertina di un suo libro:
Tutto ha inizio, sempre, da uno stimolo emotivo: reazione a un’ingiustizia, sdegno per l’ipocrisia, solidarietà e simpatia umana, ribellione contro leggi superate, sgomento…”, e ancora: “Ho assorbito avidamente, e con pietà, la vita di tanta gente.” Beh mi dico è quello che faccio anch’io! I turisti che piovono qui da ogni parte del mondo, ognuno con le proprie storie, curiosità e ricordi, sono una vera manna per lo scrittore che è in me. Ogni tanto compare qualcuno che dice d’averla conosciuta Valeria. Io li invito a raccontare e mi rimpinzo delle loro storie. Purtroppo queste persone non sono critici teatrali, così ogni loro racconto sfocia regolarmente nel pettegolezzo. Viene un signore che afferma di essere stato il suo postino e si aggira per i corridoi con un sorriso stupito incapace quasi di parlare beato com’è nel piacevole ricordo di tempi a lui tanto cari. Un altro uomo più anziano mi si avvicina e con fare complice esclama:
– Io la conoscevo bene! Mio padre e suo padre si conoscevano, per due anni di fila mio padre ha subaffittato la nostra casa al mare alla loro famiglia. Io ero piccolo, ma Valeria me la ricordo bene, già allora era proprio una bella ragazza. Teneva banco tra noi bambini più piccoli ci faceva giocare, era simpaticissima. Andava spesso a ballare accompagnata dalla madre anche lei una donna bellissima, elegante, la ricordo anche qui a Jesi quando si separò dal marito, aveva una stireria qui vicino. -. Si dilunga quindi sulle faccende private dei genitori di Valeria. Lui come gli altri viene a vedere cos’è rimasto di quell’incontro che conserva gelosamente nella memoria, a rinnovare quel tenue legame con la celebrità che ha sfiorato la sua vita e subito è passata oltre. Io che non l’ho mai conosciuta mi porto via il suo segreto meno segreto, faccio mie la sua grinta e determinazione. Non so se scriverò con la stessa tenacia con cui lei si appostava dietro le quinte per imparare dagli attori già famosi con cui recitava, ma so di certo che questo stage non retribuito si è rivelato più proficuo di un impiego vero proprio.

Lunedì ventiquattro settembre, la mostra sta per chiudere ed il mio stage terminerà a breve. C’è stato un drastico calo di turisti ultimamente, ed è normale, sono tutti tornati alle loro case, ai loro impieghi. Per quanto mi riguarda ho inviato un mio progetto di laboratorio teatrale ad alcune scuole della mia provincia ed ora rimango in attesa che qualcosa accada, ma una nuova fiducia s’è fatta strada in me. Un inedito benessere ha preso il posto dell’abituale frustrazione, è come se le mie energie si fossero moltiplicate. Mi tornano alla mente alcune parole di Valeria: “In teatro veramente ci si sente soli quando si entra in palcoscenico, autonomi, vivi e pienamente responsabili.”. Ed è così che mi sento ora quando scrivo, la paura, quella sarà sempre parte di me, ma oggi ho un’arma in più, non sono più sola: siamo io e Valeria.

scribaross

 

Annunci