Ferie

ferieEppoi ci sono le ferie da emigrato: se hai lasciato qualcuno 9 volte su 10 le farai a casa tua. Come si dice: stessa spiaggia stesso mare. Cosi eccomi stesa sugli stessi sassi tondi e bianchi della spiaggia che conosco dall’età di 6 anni. Ma lasciatemelo dire: è cosi strano venire qui con una scadenza: arrivare, stendersi al sole sonnecchiare, pensare al tempo che farà domani sapendo che potrò star qui 7 giorni, non uno di piú. Visualizzare la carta d’imbarco pronta e stampata sulla mia scrivania, sapere che c’è un lavoro che mi attende su al Nord.

Non si dovrebbe mai tornare indietro, neanche per poco, penso. Un taglio netto e via. Abbandonare una volta per tutte la vecchia spiaggia, la vecchia casa, la vecchia città e non tornare piú. Impossibile per il momento. Gli affetti mi riportano qui a sperimentare la stranezza di tornare a casa da lavoratrice: da chi, per una volta ha un impiego che concede le ferie, ma pure esige il rientro. L’alternativa? Il solito orrido vuoto dei giorni tutti uguali ed ugualmente inutili. Cosí mi metto comoda e stilo la lista delle cose da fare nei prossimi 7 giorni. Il cibo innanzitutto: voglio perdermi in un’orgia di carboidrati nelle piú dolci e amate forme: piadina, pizza, focaccia, pasta al forno, pasta fredda; poi salumi accompagnati da formaggi misti e vino; da mangiarsi tutti in 7 giorni 7. Quindi voglio abbronzarmi da far paura per tornare al Nord nera.

Cosi eseguo il mio piano e me ne sto stesa al sole per ore, a ricordare il passato senza limiti e senza progetti e un’intuizione si fa strada in me: non ha importanza il luogo: stendersi sui sassi di Portonovo o sulla terra di South Park è lo stesso: ciò che conta è trovare un luogo dove star bene, dove riempire le proprie giornate di un senso, seppur effimero.

Un luogo in cui ognunostasolosulcuordellaterratrafittodaunraggiodisoleedesubitosera non suoni come La Condanna, ma come la giusta sfida di essere umani su questa tonda realtà che fluttua senza meta. Il resto è nulla.

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