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Appuntamento agli arrivi di Londra Stansted: Lisa se ne sta li’ impalata col cartello dell’agenzia in bella vista verso la porta, mentre io, che sono arrivata ieri, l’aspetto seduta alle sue spalle. Ci vediamo dopo un po’, ma non importa visto che
aspettiamo l’aereo da Porto.

Il tempo di immergermi nel wifi
dell’aeroporto ed arrivano i ragazzi dal Portogallo; Silvana è circondata dalle sue due grosse valigie, mi presento come sua futura collega al Trust sorride senza dire nulla, sembra piuttosto timida.
Lisa chiama: “Ok guys let’s go” e ci fa strada verso l’uscita dove ci attende il minubus che ci porterà ad Oxford.
Appena fuori ci sferza la pioggia, è una giornata uggiosa, popolata di uomini in shorts e T-shirt. L’autista del minubus è certamente inglese, ma la sua barba nera, la pelle scura e soprattutto il suo cappotto lo tradiscono: istantaneamente mi è
simpatico, in quanto prova vivente che non sono la sola a sentire freddo abbastanza da non indossare shorts, maniche corte o infradito. Siamo emigranti? Decisamente: gente che non ha fatto l’imprinting da queste parti.
Arrivati in città iniziamo il giro degli ospedali dove Lisa ci
porta a ritirare il welcome pack, ovvero una busta col contratto
d’affitto e le chiavi dell’appartamento. Poi ci lascia alle
rispettive case; io e Silvana siamo le penultime a scendere dal bus, salutiamo I colleghi che rivedremo domani alla firma del contratto.
La nostra casa, come tutte le altre del condominio è fatta di mattoni rossi con piccole finestre dagli infissi bianchi.
Entriamo, Silvana ha l’appartamento a pianterreno, perciò Lisa fa strada prima a lei: apre una porta e ci troviamo davanti un corridoio su cui affacciano diverse porte, la prima a sinistra ha
il vetro, si vede che è una cucina, le altre sono numerate e tutte
chiuse. Cosi questo è l’appartamento? mi domando sconcertata, sembra più un albergo. Tutto è silenzioso, nemmeno noi facciamo rumore sulla moquette. Appena aperta la porta della camera, di Silvana siamo colpite dal puzzo di vernice fresca, cosi Lisa apre la finestra, Silvana entra mentre io resto sulla porta, prima di andarcene la vedo in piedi tra le sue due grosse valigie con le quali si è portata anche le lenzuola e gli asciugamani, mentre la mia teleria mi aspetta impacchettata su in camera. La salutiamo e procediamo verso il piano di sopra. Mentre salgo dietro Lisa non posso nascondermi la sorpresa e la delusione: l’impressione è di quelle che colpiscono duro: mi aspettavo un appartamento con
diverse camere ed un soggiorno e cucina in comune, ma questo che
chiamano appartamento, è invece una sorta di mini hôtel. Ciascuno
ha la propria camera, singola e l’uso della cucina in comune, niente altri spazi se non il giardino senza panchine. Io che già mi vedevo ad imparare il portoghese perché circondata dai molti colleghi di là, vedo questa realtà di comunanza controllata annientata in partenza. Ho la sensazione di esser tornata
ragazzina, quando scappavo da tutto e da tutti in camera mia che era l’intero mio mondo. Ma ora non mi va piú di esser sola, isolata da porte e chiavi e di vivere in singola.
Lisa se ne va a terminare il suo giro, dandomi Appuntamento a domani. Rimasta sola con la mia valigia davanti al letto mi accorgo che il mio pacco con asciugamani e lenzuola è stato messo sul comodino: perfetto non resta che farmi il letto e arredare il bagno.
Un paio d’ore piú tardi scendo a bussare a Silvana, magari le va
di venire con me a fare la prima spesa. Lei però non risponde,
perciò mi avvio da sola.
Il mattino dopo nell’ufficio delle risorse umane Silvana non arriva, I suoi colleghi si, lei no. Lisa mi viene incontro dicendo, “Did you know? Silvana has gone home!”. Per un attimo resto senza fiato: come tornata a casa? Perché? Quando? Lisa dice che l’ha chiamata ieri sera dopo le 10 dicendole che non era
pronta, e che perciò se ne sarebbe tornata a casa, e stamattina
sta volando indietro in Portogallo. Non ci posso credere, dovevamo
lavorare nello stesso reparto, saremmo state vicine di casa anche
se non avremmo condiviso neppure la cucina, ma lei se n’è andata.
Mi domando se avrà dormito quest’unica notte inglese dentro le sue lenzuola oppure se non avrà neanche aperto le sue valigie. Che
cosa stupida da pensare! Forse mentre io bussavo alla sua porta
lei era in bagno a piangere al telefono.
Più ci penso, e più sento che la sua fuga è la mia forza. E’ successo anche a me di scappare; di tornare a casa, alla mia gente, ai miei panorami, al mio amore, alla mia quotidianità. Era il tempo di farlo perché io allora, come lei ora, non ero pronta.
Ma ora lo sono e grazie a lei, mi è più chiaro. Il mobiletto che mi hanno lasciato libero in cucina, il ripiano del frigo, il cassetto del freezer andranno pian piano riempiendosi, mentre si allunga la lista delle prossime spese.
Siamo tutti piccole api operaie, e se per i primi tempi dovremo vivere in questo alveare senza suono e senza amici, pazienza. Se lei è volata via, è perché non era davvero pronta ad affrontare la sfida.
Io invece rimango e faccio il mio bzzz sul web, visto che qui nessuno lo può sentire.

Scribaross

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