Acqua

acqua

Sono le quattordici e quarantacinque di un qualsiasi lunedì di marzo; uno dei miei tanti giorni da disoccupata. Fuori piove, poi smette, poi riattacca, poi esce il sole, poi di nuovo la pioggia; acqua che si aggiunge all’acqua delle pozzanghere del parcheggio della palestra. Mi trovo in piscina, ho indosso soltanto il costume, le ciabatte e la cuffia, zuppe dell’acqua della doccia, in mano reggo gli occhialini di gomma che presto userò per nuotare. Guardo fuori. Mi dà sempre un piacere misto ad eccitazione starmene qui mezza nuda ad osservare, a meno di un metro di distanza dalla vetrata, lo sfascio dell’inverno là fuori. Non sento freddo, anzi sto proprio bene, e questo mi dà un senso di potere. L’illusione di avere il progresso dalla mia parte abbastanza da stare qui a crogiolarmi nell’acqua calda e farmi beffe di quella fredda che viene giù a catinelle mischiandosi a nebbia e fango là fuori. Non che poi non debba farci i conti con l’inverno, quando uscirò sarà tutta una corsa per arrivare alla macchina bagnandomi il meno possibile -non porto mai l’ombrello io-, facendo nel frattempo lo slalom tra le pozze d’acqua piovana: alcune profonde. Sarà impossibile evitare gli schizzi di fango sui jeans, sull’auto mia e su quelle vicine. Ma ora questi pensieri sono lontani da me, presa nella fase osservazione e godimento. Mi guardo attorno: sei corsie e tre persone, una vera pacchia. Adoro essere qui a quest’ora, è l’altro lato dell’essere disoccupata. Scelgo una corsia di mezzo, la 4, con tutta calma mi tolgo le ciabatte piazzandole sotto il trampolino, mi siedo immergendo le gambe al ginocchio e mi metto gli occhialini sulla testa, pausa. Mi piace dondolare le gambe in acqua, e come fanno i bambini quando sentono venir meno il proprio peso subito comincio a sgambettare meccanicamente. Piccolissime sfere d’argento, bolle d’aria inesplose, si formano sulla mia pelle e la punteggiano, alcune saltano via, altre rotolano inesplose, la maggior parte rimante artigliata ai peli ritti dal freddo: dovrei proprio rasarmi i peli un po’ più spesso così non si vedrebbero tanto, ma è colpa dell’effetto ingrandente dell’acqua mi dico. Lo sguardo scorre oltre le bolle fino alla mia pelle squamata, dovrei proprio usare una crema idratante penso e intanto ho smesso di dondolare le gambe, le preoccupazioni di adulta, subdole hanno scacciato il gioco. L’acqua nella sua indifferenza mi rimanda la mia età. Questo è il momento di decidere come buttarsi. Per quanto l’acqua ai miei piedi non sia effettivamente fredda è comunque diversa da quella che ho ancora addosso. La mia mossa, geniale? è di farmi una doccia prima calda poi sempre più fredda, per avere il minor trauma possibile in questo preciso istante, ma tant’è. Eccomi qui a decidere, o il tuffo rapido o lo scivolamento. Dato che metà di me è già in acqua tanto vale far slittare il resto, perciò mi lascio scivolare in acqua. Questa prima, immediata sensazione di freddo non me la toglie nessuno, ma va bene così significa che sono calda e reattiva. Il freddo si trasforma nell’impulso a muovermi, mi fa partire a razzo verso l’altra sponda. Così eccomi già in viaggio, nel mezzo della piscina a nuotare con furia senza neanche aver pulito gli occhialini. Nessun problema arrivata all’altra sponda mi fermo. Da questa parte la vasca è davvero bassa, si tocca al punto che per lasciare le spalle immerse devo tenere le ginocchia flesse oppure le gambe divaricate. Da questa parte, la sera, si tengono le lezioni di acquabike. Le bici, ormai asciutte, sono ancora in fila capovolte sul muretto nella posizione di riposo e scolatura dell’acqua pronte per la prossima lezione, ma adesso: nessuno in vista. Sollevo le braccia fuori dall’acqua, mi tolgo gli occhialini e guardo fuori attraverso la vetrata che a meno di un metro da me dà sul vialetto d’ingresso della palestra. In primo piano il lento via vai delle auto dei clienti sullo sfondo case in costruzione, e su tutto, stagliato contro il cielo grigio il monte Conero, col suo giro di nuvole scure intorno alla vetta. Comincio a sentirmi meglio qui dentro, la mia temperatura si è sensibilmente avvicinata a quella dell’acqua in cui ora muovo piano il mio corpo. Sono leggera, rilassata ed in pace col mondo. Le nuvole si aprono all’improvviso liberando il sole che è così potente da costringermi a socchiudere le palpebre. Cambia la luce qui dentro, le pareti azzurro chiaro si accendono e restituiscono il sole rimbalzandolo ovunque. Mi volto e vedo le finestre trasferite attraverso l’acqua sul fondo della vasca; non ci penso nemmeno un istante mi immergo e passo sotto a due cordoni gialli e blu, voglio nuotare di là, dove il sole accende la corsia. Tutta quest’acqua in cui sono immersa è come una mano gigante che mi sostiene e mi massaggia il corpo, non che mi ami, niente insulsaggini sentimentali, potrebbe persino uccidermi, ma ora mi tiene in sé, indifferente eppure tanto presente. Io che pure sono d’acqua mi lascio tenere. E nuoto. Piego le ginocchia piazzo le piante dei piedi sul muro piastrellato della piscina e via! Balzo in avanti braccia tese testa bassa. Ed ecco che penetro l’acqua e la mano gigante si infila nella mia cuffia, si divide sui miei capelli. Ora sono due piccole mani che stendono una carezza su tutto il mio corpo, risvegliando remoti ricordi di abbracci materni. Io scivolo in avanti e le mani rotolano su di me dall’alto verso il basso. Dai capelli alle spalle giù fino alla depressione alla base della schiena poi su di scatto sulle curve delle mie natiche allungate nello sforzo di reggere le gambe coi piedi che battono. Si precipitano le mani d’acqua sul mio seno pigiato nel costume, passano calde sul mio ventre teso. Sento che gli addominali lavorano, contratti nello sforzo di spingere la massa in avanti cercando di sposare forza ed eleganza. Continua la carezza tra spruzzi e schiaffi e avide boccate d’aria, il mio corpo gode del nuovo calore immerso in quest’acqua illuminata dal sole ed è come nuotare nell’aria. Come se fossi al mare e galleggiassi sopra i flutti e sopra il sole, come se aria ed acqua si fossero unite e solo io ne conoscessi il segreto. Non c’è più preoccupazione di peso né di misure, nessun attrito con la vita né con le sue paranoie, l’acqua mi annulla e mi esalta. In questo lunghissimo istante che impiego a passare da una sponda all’altra io sono presente con tutto il corpo esposto ed aperto all’elemento acqua, la lascio passare sopra e dentro di me senza riserve e senza paure, è elementare questo attimo e fuggevole come il vento. E’ già finito, sono arrivata in fondo, ma non mi fermo perché è fantastico questo connubio di forza ed elementi e voglio che duri finché dura il mio respiro.

scribaross

 

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