Abisso blu

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Porto Santo Stefano è una graziosa cittadina sulle pendici dell’Argentario, un insieme di case colorate digradanti dal monte al mare in una sorta di semicerchio allungato dal porto verso ovest. Affacciata sul blu cobalto del mare e con lo sfondo della macchia mediterranea alle spalle è una delle località più belle del promontorio. Questo è collegato alla terra ferma da due istmi l’uno percorso dalla statale di porto Santo Stefano che attraversa Orbetello, l’altro dalla strada provinciale 36 o Giannella da cui io e Anto arriviamo dopo sei interminabili ore d’auto nel primo pomeriggio di un venerdì, decise a dedicare l’intero fine settimana alle immersioni.

Per prima cosa cerchiamo l’appartamento che abbiamo affittato scoprendo che non si trova vicino al mare, ma in aperta campagna. Accanto alla casa, di cui noi occupiamo il primo piano c’è una fabbrica circondata da un terreno ingombro di lamiere, attrezzi, vecchie eliche, piccoli scafi abbandonati tra i cespugli ed anche parecchi fuoribordo parcheggiati sui loro carrelli. L’effetto che fanno, così tirati in secco sullo sfondo di colline alberate è assai curioso. Ma siccome non è l’unico terreno così ingombro, deduciamo che sia pratica comune lavorare alle barche in questa zona. Appena sistemate le nostre cose scendiamo in paese in cerca del diving center e della titolare per definire l’appuntamento di domani. Passeggiamo per le vie del centro e sul lungomare c’imbattiamo nel mercatino artigianale: oggetti grandi e piccoli di squisita fattura sono esposti tra i mille colori delle bancarelle, il mio sguardo sfugge però verso il mare sullo sfondo: domani mi svelerà i suoi tesori altrettanto colorati e splendidi. Arriviamo infine al diving nei pressi del porto; da qui il paese è magnifico, un concentrato di bellezza in miniatura dove persino il traffico appare sopportabile. Incontriamo Sara che ci accoglie con un caloroso sorriso: -Benvenute – dice venendoci incontro per stringerci la mano. – Avete fatto buon viaggio?
– Ah quello – fa Anto, non me ne parlare, abbiamo preso un bivio sbagliato allungando di un bel po’, ci abbiamo messo quasi sei ore. Sarebbe proprio ora che finissero la strada una buona volta! – sbotta.
– Già perché voi venite da Civitanova no?
– Si, e se la Fano Grosseto fosse completa, sarebbe un viaggio lungo, ma accettabile, così invece, è un vero incubo, un continuo slalom tra i paesi. In ogni caso è andata; dicci piuttosto qualcosa delle immersioni che faremo-.
– OK. Al telefono mi avete detto di voler fare due open day, se non sbaglio.
– Esatto, andremo al Giglio? O a Giannutri? –.
– Beh la meta dipende dal tempo, dalle condizioni del mare, e dalle richieste del gruppo, ma di solito cerchiamo di andare al Giglio perché è una delle immersioni più belle. Voi per che profondità siete brevettate? –
– Diciotto metri, abbiamo l’Open water della P.a.d.i. –.
– Benissimo, anche a quella profondità ce n’è di cose da vedere; prima volta all’Argentario? –
– Prima volta nel Tirreno, non vediamo l’ora di vedere qualcosa di bello, da noi il mare non offre granché. –
– Uhm già, immagino, allora qui non rimarrete deluse. Ora v’illustro i punti d’immersione –.
C’è un mucchio di scelta, io e Anto ci guardiamo contente, poi salutiamo Sara dandoci appuntamento per l’indomani al porto.
Arriviamo presto per caricare tutta l’attrezzatura e conosciamo gli altri sub che usciranno con noi oggi. Siamo sette in tutto, tre di loro scenderanno a settanta metri, una profondità che non oso neppure immaginare. In viaggio Anto si mette a chiacchierare con Mauro uno di quelli che andranno giù a meno settanta, io salgo sul sundeck a prendere il sole con gli altri. C’è una giovane coppia, Mirko ed Elisa che parla delle nozze imminenti, ripassano la lista degli invitati ridono, sono belli, felici alla prospettiva di una vita insieme. Lei oggi farà l’ultima immersione per prendere il brevetto Deep Water, i meno quarantadue metri l’aspettano. Mi vengono i brividi solo al pensiero. Per me l’immersione ricreativa si ferma ai diciotto. Passa quasi un’ora di navigazione ed arriviamo nei pressi dell’isola del Giglio, Gino ferma la barca e getta l’ancora. Dopo aver passato tutto il tempo a controllare le percentuali di Trimix, la miscela di gas che hanno caricato nelle loro bombole e nei bombolini per la compensazione i sub dell’immersione tecnica si preparano. Pochi minuti più tardi sono già tutti scesi, Anto ed io rimaniamo con Gino sulla barca, in attesa che Sara torni a prenderci dopo aver riportato su Mirko ed Elisa. Ci siamo infilate solo la salopette, e stiamo chiacchierando da un po’. All’improvviso un grido:
– Che cazzo hai fatto? Che cazzo hai fatto? Amore mio!-
Istantaneamente tutti e tre ci voltiamo verso la voce che grida e piange allo stesso tempo. Lo spettacolo è sconvolgente: ci sono tre sub sul nostro lato di tribordo sono in evidente stato d’emergenza, uno di loro mette le braccia ad arco sulla testa in segno di richiesta d’aiuto. Anto chiede: – Sono dei nostri? – le rispondo: – Mah forse sono quelli dei settanta metri? – Poi la voce che grida si fa ancora più forte e riconosco il nome che urla, è Ely, sono Mirko ed Elisa. L’altro sub è Sara. Gino salta sulla murata e grida: – Che è successo? Che cazzo è successo? State bene? State beneeee? – sono troppo lontani, sentiamo a malapena la voce di Sara che chiama aiuto, si sbraccia. A quel punto Gino è già a prua a sganciare l’ancora dalla boa, poi si precipita al timone ed accende i motori, ci urla: – Tenetevi!- mentre partiamo a razzo verso i tre sub. Afferrandomi alla porta della cabina per non cadere fuoribordo fisso il sub vicino a Mirko. Deve essere Elisa e deve stare davvero male perché non si muove, e il suo viso è innaturalmente grigio. Lui intanto la sorregge e continua a chiamarla urlando il suo nome quasi volesse farlo sentire alle stelle, è un grido straziante. In pochi istanti li abbiamo raggiunti, Gino accosta il più possibile e ci chiede di aiutare Sara ad issarli a bordo. Anto si affaccia a poppa agguanta Elisa per le ascelle e indietreggia. La ragazza mi passa sotto gli occhi ed è uno spettacolo spettrale: il viso incorniciato dal cappuccio nero è mortalmente pallido, interamente coperto di minutissime bollicine che formano una schiuma bianca su naso occhi e bocca, gli occhi nocciola sono fissi, le pupille dilatate. Il corpo è come disarticolato, gonfio nella muta sembra quello di una grossa bambola di gomma priva di ossatura. Dietro di lei salgono Mirko e Sara. Stendiamo Elisa sul ponte, lui subito le si mette accanto gridando il suo nome, piange, si dispera, strilla: “Ely non morire ti prego!” io incapace di staccare gli occhi dal viso di lei risento le loro voci allegre di mezz’ora fa i loro progetti di nozze. Gino si affaccia su Elisa e dice: – Oh no! – quindi rientra in cabina si attacca alla radio: – Attenzione ci serve assistenza medica immediata, abbiamo un’emergenza sub, mandate l’elicottero, ripeto è urgentissimo, passo. – poi ripartiamo a razzo. Un brivido mi percorre le ossa, guardo Anto che toglie le pinne a Elisa scuote la testa, ora la sta sostenendo per le caviglie. Sara mi chiama, l’aiuto a liberarsi delle bombole. Mi tremano le mani, ci metto un’infinità a sganciarle il gav. Finalmente si libera e tra le braccia mi piomba il peso delle bombole ancora piene mentre lei si precipita su Ely e le pratica la respirazione bocca a bocca. Quasi subito Ely vomita e sembra riprendersi, Sara le toglie delicatamente il cappuccio poi mi chiede di tenerla su un fianco mentre va a prendere l’ossigeno. Tieni duro penso e un barlume di speranza si affaccia in me: “Mi ha guardata? si sono mosse le sue pupille?”, Sara torna con la bombola di ossigeno e lo applica al viso di Elisa. E’ difficile reggersi, quasi voliamo sull’acqua mentre in cielo appare l’eliambulanza. Mirko non si calma, urla al di sopra del fragore dei motori: – Ely! Amore mio, Elyyyy! – piange. Ma più imperioso della sua voce mi stordisce il martellio del mio cuore. Arriviamo finalmente al pontile, Gino afferra Elisa e con l’aiuto di gente dalla spiaggia la porta di peso verso l’elicottero ormai atterrato. Sara e Mirko saltano giù mentre lei urla ai soccorritori di prendere a bordo anche lui e fargli fare la decompressione in camera iperbarica.
Osservo Elisa scomparire tra due ali di bagnanti, poi un rumore attira il mio sguardo verso il basso. Sul ponte, seminascosto tra l’attrezzatura strappatale di dosso in gran fretta, sta il suo computer da polso. Prima di darlo ai soccorritori noto che l’allarme suona e sul display lampeggia a tutto schermo l’S.O.S. mentre in piccolo appare la profondità raggiunta: meno 42 metri. Mirko è andato con lei, anche lui ha urgente bisogno di cure; sono entrambi risaliti troppo in fretta dall’abisso blu.

scribaross

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